Tre giorni alla scoperta delle Blue Mountains meno turistiche

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Per chi se lo fosse perso, ecco il post sui miei tre giorni nelle Blue Mountains pubblicato su Blog di Viaggi: http://blogdiviaggi.com/blog/2013/08/30/visitare-sydney-e-le-blue-mountains-itinerari/

Enjoy!

Alexis Paparo

Questa Australia che sa molto di America e anche un pò d’Africa

16/18 agosto

Questi tre giorni di viaggio nell’Outback australiano che ci hanno separato da Townsville e dalla costa nord sono sembrati almeno il triplo. Sia perché abbiamo percorso circa 1800 km, sia perché ci saremmo fermati, tra cibo e pernottamento, in una decina di (il termine è assolutamente sprecato) cittadine fatte di villette prefabbricate con giardino, pompe di benzina, chiese, motel, qualche negozio e spesso uno/due pub che la sera accolgono più o meno tutta la popolazione al di sopra dei 18 anni. Ci si trova anche un supermercato, per nostra sfortuna quasi sempre chiuso. (l’orario standard di chiusura è alle 6 p.m., in alcuni casi alle 4 e mai siamo arrivati nelle nostre destinazioni per la notte prima di quell’ora). Stanze di motel con i muri di compensato, il latte in frigo, il posteggio auto appena fuori dalla porta e l’insegna di neon colorato. Cucine di pub e ristoranti chiuse dopo le 9, quindi una sera la cena è stata una disgustosa pizza ananas e prosciutto e qualche rimanenza della spesa provvidenziale fatta a Sydney, che ci ha risolto più di qualche problema. E il cibo… Dico solo che tutte le volte che abbiamo mangiato bene a Sydney e nelle Blue Mountains le abbiamo scontate in questi giorni. Patate e carne, carne di tutti i tipi e patate in tutti i modi, pesce solo fritto e verdure annegate nella besciamella. Il mio stomaco è un po’ provato. È stato facilissimo pensare di essere in America invece che in Australia. Anche per i paesaggi: pascoli e campi a perdita d’occhio, qualche fattoria con le staccionate bianche. E poi strada, strada, strada. Più che altro era l’ecatombe di canguri che avevano fallito l’attraversamento e giacevano al ciglio della strada a ricordarmi dov’ero. Poveri animaletti. Tutta esperienza: ora so a che ora è meglio viaggiare per evitare di uccidere i canguri, che il pesce si può friggere in 5 modi diversi, che bisogna sempre portarsi dietro una scorta d’acqua, meglio se un bidoncino, che le uniche compagnie telefoniche che funzionano qui sono Telestra e Optus, che i guidatori di road train, a dispetto del mostro che guidano, sono gentilissimi, controllano la strada per te, rallentano e ti fanno segno con la freccia destra quando la via è libera e puoi passare. Ma la sera è meglio averli davanti perché i loro fari illuminano la strada più di 10 pali della luce.

America quindi.

Ma perché anche un pò Africa? I paesaggi brulli che sembravano savana mi hanno fatto venire in mente l’Africa anche se non sono mai stata. E poi a cavallo del Queensland ho visto parecchi dromedari, se non ci credete ho anche le foto. E questo conta qualcosa no?

Alexis Paparo

Sydney parte seconda. Dilemma: gli australiani sono tutti atleti o siamo noi troppo lenti?

11\13 Agosto

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Gli australiani sono un popolo di atleti, o almeno lo sono gli abitanti di Sydney. Il treno che dall’aeroporto portava in centro città e poi fino a una delle spiagge più famose del continente, Bondi o come si pronuncia qui” Bondy”, era zeppo di giovani\meno giovani con pantaloncini e scarpe da corsa. Ed erano le 8 del mattino. “Ma sarà una coincidenza”, mi dico. Arrivati alla stazione di Kongs Cross, nel tragitto di 10\15 minuti a piedi che ci separava dal nostro hotel ne avrò visti una decina, tutti con pantaloncini, occhiali da sole e cardiofrequenzimetro. C’erano anche nel primo bar sulla strada che abbiamo trovato: noi lì a strafogarci per una colazione che il nostro stomaco reclamava come cena, loro a correre sul posto aspettando un caffè take away. Ne avremo incontrati a decine in 2 giorni a Sydney, anche alle 10 di sera. E, in generale, l’abbigliamento prettamente sportivo di molti di quelli che camminavano suggeriva che stavano andando a correre, o tornavano a casa dopo aver finito.

Parchi, marciapiedi, porto, mattino presto, pausa pranzo: l’abitante di Sydney corre, punto. Sarà perché vogliono essere in forma per l’estate ormai prossima, o come mi dice ridacchiano la mia amica di Sydney Cherrylin: “Di solito noi australiani beviamo molto, e almeno con la corsa si smaltisce in fretta”. Sarà. Comunque in città è tutto tarato alla loro velocità, anche la durata del verde per i pedoni. Spesso ci si ritrovava a correre per gli ultimi 5 metri per non essere investiti. Comunque, dopo esserci fatti superare da una ragazza con un piede ingessato, un moto di orgoglio ci ha obbligato a velocizzare di molto il nostro passo. E subito abbiamo capito perché andavano tutti vestiti molto più leggeri di noi. Con due soli giorni a disposizione non abbiamo potuto visitare che le attrazioni più turistiche: l’Opera House, i Botanic Gardens, la zona della Circular Quay, Town Hall, e dare un’occhiata ai quartieri di Paddington e Surry Hills, pieni di ristorantini, villette a due piani in stile inglese e negozi vintage che non ho potuto fare a meno di onorare con una visita. IMG_20130815_225801 IMG_20130815_225845 IMG_20130815_225830 IMAG0539 IMAG0556 IMAG0528

Imperdibile il quartiere di The Rocks, affacciato sull’Oceano e primo insediamento dei coloni a Sydney. Oltre al vagabondaggio canonico, vale la pena visitare Susannah Place, al 58-64 di Gloucester Street, un “living Museum” formato da 4 casette a due piani e un negozio di alimentari, tra i primi a essere costruiti in città (Sono del 1866). Le villette e i cortili sono conservate perfettamente con tutti gli arredi dell’epoca, anche se in ogni casa è rappresentato un periodo diverso nel quale furono abitate, dal 1866 al 2006, anno in cui gli ultimi guardiani lasciarono il gruppo di case. Un viaggio attraverso la storia dei molti immigrati che arrivarono qui, illustrata splendidamente dalla guida, che parlava anche italiano. Tutto per soli 8 AUD, circa 6 euro. A metà degli anni ’70 del secolo scorso il governo di allora premeva per abbattere tutti gli edifici del quartiere e rimpiazzarli con orridi ma più remunerativi grattacieli. Tutti gli abitanti di Sydney lottarono pacificamente con petizioni, sit in, lettere di protesta alle amministrazioni locali e nazionali ed è grazie alla loro lungimiranza e perseveranza che si deve la salvezza di The Rocks. Per la pausa pranzo, il brunch o la colazione consiglio vivamente The Fine Food Store, in Kendall Lane, ben celato in una viettina di The Rocks. È un locale a metà fra un negozio di alimentari gourmet (a prezzi parecchio elevati, esempio: un Bacio Perugina a 1,50 AUD), una caffetteria e una trattoria. Offre cibo biologico e vegetariano a prezzi più bassi che in altri locali della zona, e un ambiente vintage piacevole e curato. IMAG0495

Alexis Paparo

un cambiamento piacevole e inaspettato e un paradosso: Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi, può essere deserta?

le luci della città dalla mia camera d'albergo Sei ore e mezza da Milano ad Abu Dhabi, una notte da passare in aeroporto, perfettamente gestibile con libri, film, mascherina per gli occhi e cuscino gonfiabile. Partenza alle 10.30 per Sydney. Questo era il programma, ma, man mano che ci avvicinavamo alla nostra destinazione per la notte, si è evoluto in un cambiamento piacevole e inaspettato. Instillato nella nostra mente da una coppia di italiani che avrebbero passato la notte in città, complici gli spazi angusti del corridoio di fronte al bagno, ma deciso dopo aver visto la città dall’alto. Prima un tramonto che ha dotato il mare, il cielo, il deserto e le ali del nostro aereo, poi in lontananza il profilo della città, abbagliante di luci, sorprendente dopo ore di deserto, preannunciata da tracciati di strade nere, bisce distese al sole, e da perimetri quadrati pieni di qualcosa di scuro, che non distinguo. La mattina seguente, scoprirò che sono mura che delimitano quartieri, con al loro interno ville e alberi, tantissimi alberi. Perché Abu Dhabi é in mezzo al deserto ma é verdissima. Prima che l’aereo atterri abbiamo già deciso che usciremo dall’aeroporto, e ci troveremo un hotel, per una doccia e una buon letto ci diciamo, ma sappiamo già che cerchiamo di piú. ” Oggi è anche l’ultimo giorno di Ramadan, ci sara festa in città”, ci dicono gli italiani. Sarebbe un peccato perdercela. Il portellone dell’aereo si apre e Abu Dhabi ci schiaffeggia con i suoi 39 gradi. sono le 20.00, le 17.00 in Italia. Ma sono temprata dall’afa calabrese e la temperatura non mi spaventa, ancora. Mezz’ora dopo siamo in taxi alla volta dell’hotel, non prima di aver ritirato delle bellissime banconote gialle e rosa. L’aeroporto é fresco, bianco, moderno, ha grandi vetrate ed è affollato da uomini in bianco, donne in nero e turisti. Il tassista è gentile, parla inglese, e dopo 10 minuti di strada dritta, larga e costellata di palme e luci arriviamo all’hotel: L’Ibis Gate 4 stelle, dove 30 minuti prima abbiamo prenotato con Trivago una doppia a meno di 38 euro, anche se il prezzo sarebbe stato il doppio. Dovrebbero chiamarmi per fargli pubblicità. La camera è confortevole e spaziosa, ma basta il tempo di una doccia per capire che, nonostante la stanchezza, vogliamo andare in centro. O meglio, in quello che l’autista, dopo essersi confrontato con un collega, ritiene sia il centro città, o per lo meno il centro che secondo lui potrebbe interessarci. Quell’insicurezza che ci era parsa un po strana, viene chiarita poco dopo. Un quarto d’ora dopo, minuti durante i quali, aggrappati ai sedili di quello che da fuori poteva sembrare un taxi ma che in realtà era una discoteca, abbiamo fatto lo slalom in una strada a sei corsie tra SUV, porsche e altri taxi, tutti bianchi, tutti con i vetri oscurati. Un rettilineo di palme e asfalto interrotto, talvolta, da qualche costruzione bassa, alla quale se ne aggiungono presto altre, più alte, luminose e segrete. Spesso se ne scorgono solo i tetti, nascoste come sono da muri e cancellate, uomini in divisa e telecamere. Poi arrivano i grattacieli, slanciati, squadrati, ondulati, quasi flessibili alla vista, interminabili. Ci buttiamo in una rotonda grande come una piazza, poi in un’altra e man mano che la selva di grattacieli si fa più folta arrivano anche le insegne dei fast food e dei negozi, le file di macchine parcheggiate e i marciapiedi. “Arriverà anche la gente”, mi dico. ” Saranno più in centro a fare festa per la fine del digiuno”, mi dico. Poco dopo l’autista si ferma, ci indica una via da percorrere, saranno 200 metri, per raggiungere il “Central Market”. Mi aspetto una specie di suk e ci rimango parecchio male quando scopro che è un centro commerciale. Molto bello, niente da dire: è in legno, su tre piani, con negozi, ristoranti, alberi, piccole piazzette e l’onnipresente aria condizionata, indispensabile alla vita. Alle 22.00 ci sono ancora 37 gradi. Penso che forse qui l’unico modo per vivere sia nella finzione di un centro commerciale che ricrea un centro cittadino. Oltre ai turisti e ai commessi dei negozi, qualcuno c’è, ma molti meno di quelli che mi aspettavo. Qualche famiglia, gruppetti di uomini vestiti all’occidentale o con la tunica immacolata e il copricapo bianco e rosso o solo bianco, e di donne e ragazze tutte coperte dal niqab nero, il velo tradizionale in tre pezzi, che lascia scoperti viso, spesso solo occhi, e mani. Il tutto accompagnato da borse e orologi costosissimi e dai ghirigori dell’henné sulle mani. Passeggiano, cenano, ridono, quando accavallano le gambe per un attimo spuntano jeans slavati o gonne colorate e ballerine con le borchie. Ceno a un metro da un gruppetto di ragazze con i falafel più buoni che abbia mai assaggiato e ogni tanto butto un’occhiata verso di loro. Avranno piú o meno la mia età e mi piacerebbe fare due chiacchiere, magari dove andare per trovare un po’ di festa. Ma sono concentratissime a mostrasi a vicenda qualcosa su un cellulare e non mi vedono. Siamo un po’ disorientati e dopo aver tentato di andare da qualche altra parte, prendiamo un taxi in direzione dell’hotel. In giro non c’è nessuno. Abu Dhabi sarebbe potuta sembrare una città deserta se non fosse stato per le centinaia di macchine dai vetri oscurati che come noi sfrecciavano in strada. La mattina dopo, l’ultima corsa in taxi verso l’aeroporto ci rivela l’immagine a colori di quanto visto la sera prima. La strada nera e ai lati le case bianche, le palme, erba rasa e verdissima, boschetti piantati in una sabbia che presto diventerà prato. In aeroporto assisto alle infinite variazioni in tema niqab: niqab nero, borsa blu, niqab nero borsa gialla, niqab nero borsa rosa. In caffetteria provo a sorridere a due ragazze che chiacchierano accanto a me bevendo un caffè americano. Ma nulla, sono invisibile come l’altra sera, forse perchè sono accompagnata da un uomo, forse perché non sono sole e due uomini poco distanti le guardano insistentemente. Tra due ore parte il volo per Sydney ma non sono soddisfatta. Non ho capito questa città, non ho trovato il centro, e chissà se c’è, non ho parlato con nessuno. Mentre l’aereo decolla sento che vorrei rimanere. Ma è un attimo. All’avventura che organizzo da un paio di mesi mancano solo 13 ore. 

Alexis Paparo

Airport Security: come un programma trash può scatenare l’ansia pre-partenza

Airport Security

Avete mai visto il programma TV Airport Security in onda su D-MAX , canale 52 del digitale terrestre? Ecco, se andate in Australia non fatelo. Ho sempre pensato che all’ignoranza è preferibile la sofferenza, “è sempre meglio sempre sapere quello che ci aspetta” credevo. Forse in alcun casi no. Nel senso, quando le cose non si possono evitare, e in questo caso parlo del mio bel viaggio in Australia, va bene documentarsi e prepararsi ma poi bisogna dire basta. E il “basta” sarebbe dovuto arrivare prima di Airport Security. Mi ero già documentata sulla dogana australiana, su quello che era consentito o no portare, (più info qui e qui), avevo letto i forum e, lo ammetto, anche qualche pagina inerente all’argomento su Yahoo Answers ricevendo in cambio commenti confortanti:

risposta Yahoo answers

Quindi i farmaci di emergenza che porto sempre in valigia non sarebbero stati un problema, e neanche quella bottiglia di vino e quei dolci che avrei voluto portare come pensierino per la ragazza che ci farà da guida a Sydney… Poi è arrivato Airport Security. O meglio, sono arrivati coloro che me ne hanno parlato, prima uno, poi 2, poi 3, che mi hanno messo la cosiddetta pulce nell’orecchio. Tutti maschi ovviamente. Perché D-Max per gli uomini è quello che Real Time è per le donne. Con la differenza che se per farmi venire la pelle d’oca ad agosto a me basta guardare una puntata di “Quattro Matrimoni”, “Matrimonio Gipsy” o “Ma come ti vesti?” gli equivalenti maschili sono gioiellini come “Unti e bisunti”, “1000 modi per morire” e “Dual Survival”, aka come ti creo un sacco a pelo con la carcassa di una gazzella in 10 minuti, o come ti preparo un lauto pasto a base di vermi e insetti locali.

E poi c’è Airport Security. Dove un pomodoro è considerato il nemico numero uno, la perquisizione un divertissemant e l’interrogatorio di mille mila ore un must: se hai troppi soldi, pochi soldi, sembri troppo nervoso, troppo tranquillo, se hai una delle due scarpe slacciate (giuro che non me lo sono inventato).

Ho visto un paio di puntate ed ecco il risultato: l’ipotetica bottiglia di vino e i dolci rimarranno a casa, le medicine sono state ridotte al minimo indispensabile e accompagnate da un documento firmato dal mio medico. Spero, una volta arrivata alla temibile dogana, di non sembrare nell’ordine: troppo nervosa/tranquilla/ ben-mal vestita e di passare incolume.

Qui sotto il promo del programma, per chi volesse alternativamente: farsi del male se deve andare in Australia/ridere alle spalle di chi ci andrà.


Alexis Paparo

Primi passi: mia madre, le sette fasi di elaborazione del dolore, il Visto e l’Assicurazione Sanitaria

(pixers.it)

(pixers.it)

Avrei voluto avere una macchina fotografica per immortalare mi madre quando le ho detto del viaggio australiano. La sua espressione è stata esattamente questa. Le parole sono arrivate dopo un po’. E non sono state piacevoli. Le fasi di elaborazione del dolore. Ecco, credo che le abbia passate anche lei, e devono essere state più o meno così:

shock: (“hktvfp!!fjpbf!!fobjspojrf!!”)

rifiuto:(“no, tu non ci vai”)

senso di colpa: (“oddio, vuoi scappare da me, cosa ti ho fatto?”)

paura: (“verrai mangiata da un coccodrillo, da uno squalo, verrai presa a pugni da un canguro, morsa da un ragno mortale”…e infinite variazioni sul tema)

rabbia: (“basta, tu non ci vai!!”)

depressione: (“tu ci vai e io non ti rivedrò mai più…”) 

accettazione: (va bene, ci vai però prendi tutte le precauzioni, ok?)

Scherzi a parte, il “prendi tutte le precauzioni” di mia madre si è trasformato presto in: telefonate a tratti angosciose con informazioni di vitale importanza per la partenza (“Devi andare all’Ambasciata, fatti controllare il passaporto!”,”Mamma il passaporto è ok, all’ambasciata perdo solo tempo”” Vai lì che ti danno tutte le informazioni” “Mamma ho una guida di 1000 pagine e un pc”,”Devi fare il visto!”, “No mamma, devo fare solo una procedura online”, “Secondo me se vai all’Ambasciata ti spiegano meglio”)

per il viaggio (“Come farete con la macchina, lì guidano al contrario! E per la patente, ho letto su internet che non vale! C’è da fare una procedura, vai all’Ambasciata che ti chiariscono tutto!”)

per la salute (“Devi fare l’assicurazione sanitaria! E appena arrivata in Australia devi registrarti in un ambulatorio, così ti attivano Medicare, ME-DI-CA-RE, hai scritto? E portati sempre dietro il Bentelan, è un salvavita!”)

E per concludere in bellezza, ecco la scrivania della mia camera. Durante la mia assenza è diventata così:

la mia scrivania sommersa dai fogli stampati da mia madre

la mia scrivania sommersa dai fogli stampati da mia madre

 Ammetto che la tentazione di ignorare il tutto c’è stata, ma dopo aver letto la lista dei principali animali mortali in Australia, sull’assicurazione sanitaria  ci ho fatto un pensierino. All’inizio mi sono informata su medicare, il sevizio sanitario australiano, a quanto pare uno dei migliori del mondo. Per gli italiani tutto bello, tutto gratis, grazie agli accordi di reciprocità Sanitari (RHCA) formati tra l’ Australia e la madrepatria.Peccato che al medicare ci si debba iscrivere, andare in ufficio, portare con sé documento del SSN, fare la coda, fornire un indirizzo un indirizzo fisso (che non ho perché farò 3000 km in macchina ) al quale medicare invierà per posta la tessera di iscrizione e poi aspettare 10 giorni l’arrivo della suddetta. (Più info qui e qui ). Peccato che io in Australia stia solo 18 giorni. E allora? Partendo senza nulla avrei causato un infarto alla mia povera mamma, e diciamocelo, io stessa mi sarei sentita più sicura con una copertura sanitaria e allora ho pensato alle assicurazioni a pagamento.

 All’inizio i costi sembrano rilevanti (anche più di 300 euro),ma dopo aver cercato un po’ online ne ho trovato una davvero vantaggiosa e completa, che abbraccia tutto il viaggio: Columbus assicurazioni, meno di 100 euro per due persone per 18 giorni. Ed è attivabile online anche il giorno stesso della partenza.

Il capitolo Visto si è chiuso più velocemente: per gli italiani basta andare sul sito del Governo Australiano e fare la procedura per ottenere un EVisitor. A me è arrivata la risposta in mezz’ora, con allegato un documento che dovrò portare con me durante tutta la vacanza. Fatto dal letto, alle 10 di sera. Senza andare in ambasciata. Con buona pace di mia madre.

Alexis Paparo