Yerranderie ovvero la ghost Town che sognavo

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Non eravamo preparati. Soprattutto al fatto che non solo a Yerranderie (quello lo sapevamo già), ma anche 150 km prima avrebbero smesso di funzionare il cellulare e il navigatore, non avremmo più trovato nessuno in strada, e la strada asfaltata sarebbe presto diventata sterrata e illuminata solo dalle ultime ore di luce e dai nostri fari. 64 km di salite e discese costeggiando tre parchi nazionali e attraversando due fiumiciattoli durante i quali non ho fatto che benedire la Nissan e il mio buonsenso. Il pandino ci avrebbe mollato alla prima curva. Non dimenticherò mai la prima volta che un canguro ci ha attraversato la strada. E’ stato il momento in cui ho realizzato davvero che l’Australia non ha paragoni. E che mi ci trovavo in mezzo. Se il percorso verso Yerranderie è stato allietato dalle ultime ore del giorno, l’arrivo è stato buio. Anche con gli abbaglianti riuscivamo a vedere solo ciò che era direttamente accanto a noi: le vecchie case, l’ex ufficio postale, la banca e un buon numero di canguri curiosi, ma non la casa del guardiano Tom, che ci aspettava molto prima e forse pensava che non saremmo più arrivati. Non vedendo alcuna luce per un attimo ho pensato che fosse andato via: gran bel problema, perché a quell’ora non saremmo più potuti tornare indietro, fuori dalla macchina faceva un freddo pinguino e soprattutto in Tom riponevamo le migliori speranze di poter far sapere a qualcuno che stavamo bene e soprattutto evitare a mia madre di prendere il primo volo per l’Australia per venire a cercarmi. E Tom non ci ha deluso. Dopo averci fatto vedere il cottage di legno rivestito di lamiera dove avremmo passato la notte (ben più comodo della Bank Room che avevamo prenotato,e allo stesso prezzo), ci ha fatto mandare dal suo computer una salvifica mail a casa. L’indomani avremmo fatto il tour della cittadina abbandonata, del cimitero e della vecchia miniera, ma ora potevamo rilassarci, lasciarci abbagliare dalle stelle e alla luna al contrario e a guardare e farci guardare dai canguri, dal portico del nostro cottage. La notte a Yerranderie ci ha fatto ricordare cosa vuol dire freddo, anche a causa della nostra incapacità di accendere il fuoco, devo dire per onestà. Ma dormendo nei sacchi a pelo completamente vestiti e buttandoci addosso tutte le coperte che siamo riusciti a trovare nella casetta ce l’abbiamo fatta. C’è stato da ridere quando alle 2 del mattino sono dovuta andare in bagno, che ovviamente si trovava fuori dal cottage. Tutto è stato comunque ripagato dalla colazione con vista bosco e canguri e dal tour di circa tre ore insieme a Tom. Avrà circa 40 anni e da sedici vive sei mesi all’anno qui, completamente solo se non fosse per qualche visita dei ranger del parco e dei circa 200 viaggiatori che si avventurano qui, a detta di Tom provenienti prevalentemente da Sydney, ma anche da America, Svezia, Norvegia, Inghilterra e Germania. Siamo i primi italiani per quanto ricorda. Del resto Yerranderie, chiamata così dall’unione dei nomi dei due aborigeni che, a fine ‘800, aiutarono l’esploratore francese dell’area ad arrivare qui, non è facile da trovare. Non si trova nelle guide né su TripAdvisor, ma solo nei racconti di viaggio dichiarazione c’ è stato, nei forum di appassionati di ghost town (e io, modestamente lo sono) e tramite il suo sito, Yerranderie.com, che diventa molto utile se si sa già cosa cercare. Sì trovano informazioni sulla sua storia, sui tour possibili e sugli alloggi e le aree di campeggio. La cittadina, che al suo massimo splendore ospitava circa 1000 persone, un ufficio postale, un negozio di alimentari, tre chiese un pub e una scuola e un cimitero, viene abbandonata nel 1930 circa, quando estrarre l’argento divenne via via sempre più difficile. Salvata e preservata dall’inglobamento completo nella foresta negli anni ’70 da Valerie Lhuede, fra i primi architetti donna australiani, che ha fatto fortuna con la compravendita di immobili a Sydney e in particolare nella zona di The Rocks, innamorata dell’uomo che faceva la pubblicità alle Malboro tanto da presentarsi nel suo ranch in America e da non volere più nessun altro dopocena lui l’aveva rifiutata. Ora invece Yerranderie fa parte del parco delle Blue Mountains. Ecco le foto, comprese quelle del cottage dove abbiamo dormito, appartenuto a “Slippery” Norris, che ha vissuto e lavorato a Yerranderie, è stato mandato a fare la guerra a Gallipoli, ha vissuto nei dintorni di Sydney ma prima di morire è voluto tornare s Yerranderie. Sotto il salice di fronte al portico ora riposano i suoi resti. Tra il legno interno e la lamiera esterna a quei tempi erano soliti mettere della carta di giornale per imbottite e isolare dal freddo.IMAG0594

Questa è la pagina del “Sun”, che parla di una grossissimo nave in costruzione in Inghilterra e della possibilità di prenotare un viaggio, era il Titanic. Ci siamo anche aggiudicati l’ultima calamità da frigo di Yerranderie. Tom ci ha detto che molto probabilmente non le faranno più. Abbiamo lasciato la cittadina fantasma e Tom intorno a mezzogiorno, certi che la nostra vacanza ormai si sarebbe divisa in prima e dopo Yerranderie.

Alexis Paparo

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Tre giorni nelle Blue Mountains, e non in quelle che vi aspettate voi

13/16 AgostoIMAG0571

Credo che potrebbero darmi un premio:la persona che ha scelto di visitare i luoghi più remoti e meno turistici delle Blue Mountains. E di certo una delle poche italiane ad essere stata in alcuni di questi. A mezzogiorno abbiamo lasciato Sydney muniti di cibo e bevande e di X-Trail blu metallizzata, così lucida da potercisi specchiare. Avrei dovuto fotografarla. Non sarebbe mai più stata così. Non è passato molto Dai 25 gradi di Sydney ai 15 delle foreste e dei parchi nazionali delle Blue Mountains, chiamate così perché gli eucaliptus, di cui queste foreste sono fatte all’80%,rilasciano nell’aria una sostanza che a contatto con questa la fa diventare azzurrina. Man mano che viaggiamo l’aria si fa fine, il traffico si dirada, passiamo attraverso quelle cittadine dei telefilm, formate da un gruppo di case, qualche motel, una chiesa e una pompa di benzina. Pausa pranzo a Katoomba, che con i suoi 20.000 abitanti è una delle cittadine più grandi della zona, e in particolare di fronte alle Three Sisters, un gran picco montuoso a tre punte che ricordano un po’ le tre cime di Lavaredo o le torri del Vajont nelle nostre e Dolomiti. Tutt’intorno foreste a perdita d’occhio. “Chissà come sarebbe trovarcisi in mezzo”, mi sono detta. Non sapevo che lo avrei scoperto presto. Ma qui devo aprire una parentesi per ribadire: ma quanto sono gentili gli Australiani? Lo avevo notato già a Sydney, ti fanno passare anche se attraversi in mezzo alla strada, sono tutti grandi sorrisi e se ti vedono un attimo dubbioso sulla strada da percorrere non esitano a fermarsi per chiederti se hai bisogno di aiuto. E visto che l’inglese australiano è un po’ diverso da quello americano o dell’Inghilterra, se si accorgono che non capisci mentre parlano, ripetono in modo più chiaro senza che tu glielo chieda. Non come i francesi che, se gli chiedi un’informazione in inglese, ti rispondono in francese, ovvero: ti capiscono ma non vogliono aiutarti. Se già a Sydney erano tutti carini, gli abitanti delle Blue Mountains erano di una gentilezza quasi imbarazzante. Un esempio tra i tanti: mentre cercavamo i soldi per il parcheggio a Katoomba ci siamo accorti che ci mancavano delle monete e ci siamo avvicinati a un signore per chiedergli se poteva cambiarci 5 dollari in spiccioli. “quanto vi serve?”, ci ha chiesto. E noi: “un dollaro”, e lui:”Ma ve li do io!”, accompagnando le monete da un sorriso ne. Eravamo basiti. Ma non si sono fermati qui, in tre giorni abbiamo ricevuto upgrade gratuiti negli hotel, sconti per pranzi e cene, tante informazioni sulle strade da percorrere e sui migliori itinerari e piacevoli chiacchierate. Ma tornando al viaggio, in tre giorni abbiamo visitato:

Yerranderie, nei primi del ‘900 fiorente cittadina mineraria posta  sotto a una miniera d’ argento e ora ghost town al centro di tre parchi nazionali.

Mount Victoria, villaggio di 2/300 persone e località più alta delle Blue Mountains, Hertley, altra cittadina mineraria abbandonata.

Glen Davis, punto di accesso al Canyon, il secondo più grande del mondo dopo il Gran Canyon e sede di magnifiche rovine del suo passato industriale, come il centro di produzione di carbone più grosso della zona.

L’ultima memorabile notte a Sydney

Un post a parte merita sicuramente l’ultima sera trascorsa in città. Dopo aver cenato piacevolmente in un bistrot a Paddington con Cherrylin, dopo aver discusso per più di due ore di progetti, viaggi, cibo italiano e australiano, italiani a Sydney, occupazione e disoccupazione, arrivando immancabilmente alla domanda “Ma come fate voi italiani ad avere ancora Berlusconi?!”, dopo essere passati dal bistrot al pub, si fa circa mezzanotte e mezza e Cherrylin si offre di accompagnarci all’hotel con la sua jeep. “Occasione d’oro”, ci siamo detti, visto che eravamo venuti a piedi e l’idea di farci mezz’ora di camminata a passo australiano non ci allettava troppo. Peccato che, dopo circa 5 minuti di viaggio, la macchina ha finito la benzina e si è spenta. La strada era deserta, Cherrylin in un primo momento non aveva idea di dove andare a fare benzina e ha cominciato a scusarsi a ripetizione e noi a ridere a ripetizione. Sarebbe stata una bella storia da raccontare. Dopo aver telefonato ad un amico, Cherrylin apprende che c’è un distributore appena sotto la collina. Menomale che era sotto e non sopra altrimenti non ce l’avremmo mai fatta a spingere. Sì perché la jeep al distributore ci è arrivata a spinta, nostra e di due ragazzi che a 500 metri dall’arrivo ci hanno dato una mano. È l’una del mattino, Sydney risuona solo delle nostre voci, di noi che ridiamo e soffriamo, sudiamo e gioiamo man mano che la conchiglia gialla della Shell si fa più vicina. Ecco qui il fatidico momento del pieno e gli eroi della serata.

 

Alexis Paparo