un cambiamento piacevole e inaspettato e un paradosso: Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi, può essere deserta?

le luci della città dalla mia camera d'albergo Sei ore e mezza da Milano ad Abu Dhabi, una notte da passare in aeroporto, perfettamente gestibile con libri, film, mascherina per gli occhi e cuscino gonfiabile. Partenza alle 10.30 per Sydney. Questo era il programma, ma, man mano che ci avvicinavamo alla nostra destinazione per la notte, si è evoluto in un cambiamento piacevole e inaspettato. Instillato nella nostra mente da una coppia di italiani che avrebbero passato la notte in città, complici gli spazi angusti del corridoio di fronte al bagno, ma deciso dopo aver visto la città dall’alto. Prima un tramonto che ha dotato il mare, il cielo, il deserto e le ali del nostro aereo, poi in lontananza il profilo della città, abbagliante di luci, sorprendente dopo ore di deserto, preannunciata da tracciati di strade nere, bisce distese al sole, e da perimetri quadrati pieni di qualcosa di scuro, che non distinguo. La mattina seguente, scoprirò che sono mura che delimitano quartieri, con al loro interno ville e alberi, tantissimi alberi. Perché Abu Dhabi é in mezzo al deserto ma é verdissima. Prima che l’aereo atterri abbiamo già deciso che usciremo dall’aeroporto, e ci troveremo un hotel, per una doccia e una buon letto ci diciamo, ma sappiamo già che cerchiamo di piú. ” Oggi è anche l’ultimo giorno di Ramadan, ci sara festa in città”, ci dicono gli italiani. Sarebbe un peccato perdercela. Il portellone dell’aereo si apre e Abu Dhabi ci schiaffeggia con i suoi 39 gradi. sono le 20.00, le 17.00 in Italia. Ma sono temprata dall’afa calabrese e la temperatura non mi spaventa, ancora. Mezz’ora dopo siamo in taxi alla volta dell’hotel, non prima di aver ritirato delle bellissime banconote gialle e rosa. L’aeroporto é fresco, bianco, moderno, ha grandi vetrate ed è affollato da uomini in bianco, donne in nero e turisti. Il tassista è gentile, parla inglese, e dopo 10 minuti di strada dritta, larga e costellata di palme e luci arriviamo all’hotel: L’Ibis Gate 4 stelle, dove 30 minuti prima abbiamo prenotato con Trivago una doppia a meno di 38 euro, anche se il prezzo sarebbe stato il doppio. Dovrebbero chiamarmi per fargli pubblicità. La camera è confortevole e spaziosa, ma basta il tempo di una doccia per capire che, nonostante la stanchezza, vogliamo andare in centro. O meglio, in quello che l’autista, dopo essersi confrontato con un collega, ritiene sia il centro città, o per lo meno il centro che secondo lui potrebbe interessarci. Quell’insicurezza che ci era parsa un po strana, viene chiarita poco dopo. Un quarto d’ora dopo, minuti durante i quali, aggrappati ai sedili di quello che da fuori poteva sembrare un taxi ma che in realtà era una discoteca, abbiamo fatto lo slalom in una strada a sei corsie tra SUV, porsche e altri taxi, tutti bianchi, tutti con i vetri oscurati. Un rettilineo di palme e asfalto interrotto, talvolta, da qualche costruzione bassa, alla quale se ne aggiungono presto altre, più alte, luminose e segrete. Spesso se ne scorgono solo i tetti, nascoste come sono da muri e cancellate, uomini in divisa e telecamere. Poi arrivano i grattacieli, slanciati, squadrati, ondulati, quasi flessibili alla vista, interminabili. Ci buttiamo in una rotonda grande come una piazza, poi in un’altra e man mano che la selva di grattacieli si fa più folta arrivano anche le insegne dei fast food e dei negozi, le file di macchine parcheggiate e i marciapiedi. “Arriverà anche la gente”, mi dico. ” Saranno più in centro a fare festa per la fine del digiuno”, mi dico. Poco dopo l’autista si ferma, ci indica una via da percorrere, saranno 200 metri, per raggiungere il “Central Market”. Mi aspetto una specie di suk e ci rimango parecchio male quando scopro che è un centro commerciale. Molto bello, niente da dire: è in legno, su tre piani, con negozi, ristoranti, alberi, piccole piazzette e l’onnipresente aria condizionata, indispensabile alla vita. Alle 22.00 ci sono ancora 37 gradi. Penso che forse qui l’unico modo per vivere sia nella finzione di un centro commerciale che ricrea un centro cittadino. Oltre ai turisti e ai commessi dei negozi, qualcuno c’è, ma molti meno di quelli che mi aspettavo. Qualche famiglia, gruppetti di uomini vestiti all’occidentale o con la tunica immacolata e il copricapo bianco e rosso o solo bianco, e di donne e ragazze tutte coperte dal niqab nero, il velo tradizionale in tre pezzi, che lascia scoperti viso, spesso solo occhi, e mani. Il tutto accompagnato da borse e orologi costosissimi e dai ghirigori dell’henné sulle mani. Passeggiano, cenano, ridono, quando accavallano le gambe per un attimo spuntano jeans slavati o gonne colorate e ballerine con le borchie. Ceno a un metro da un gruppetto di ragazze con i falafel più buoni che abbia mai assaggiato e ogni tanto butto un’occhiata verso di loro. Avranno piú o meno la mia età e mi piacerebbe fare due chiacchiere, magari dove andare per trovare un po’ di festa. Ma sono concentratissime a mostrasi a vicenda qualcosa su un cellulare e non mi vedono. Siamo un po’ disorientati e dopo aver tentato di andare da qualche altra parte, prendiamo un taxi in direzione dell’hotel. In giro non c’è nessuno. Abu Dhabi sarebbe potuta sembrare una città deserta se non fosse stato per le centinaia di macchine dai vetri oscurati che come noi sfrecciavano in strada. La mattina dopo, l’ultima corsa in taxi verso l’aeroporto ci rivela l’immagine a colori di quanto visto la sera prima. La strada nera e ai lati le case bianche, le palme, erba rasa e verdissima, boschetti piantati in una sabbia che presto diventerà prato. In aeroporto assisto alle infinite variazioni in tema niqab: niqab nero, borsa blu, niqab nero borsa gialla, niqab nero borsa rosa. In caffetteria provo a sorridere a due ragazze che chiacchierano accanto a me bevendo un caffè americano. Ma nulla, sono invisibile come l’altra sera, forse perchè sono accompagnata da un uomo, forse perché non sono sole e due uomini poco distanti le guardano insistentemente. Tra due ore parte il volo per Sydney ma non sono soddisfatta. Non ho capito questa città, non ho trovato il centro, e chissà se c’è, non ho parlato con nessuno. Mentre l’aereo decolla sento che vorrei rimanere. Ma è un attimo. All’avventura che organizzo da un paio di mesi mancano solo 13 ore. 

Alexis Paparo

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